(un modo vecchio come il mondo per mettersi sul mercato)
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il ballo dentro al tino risuona di cerchi
di ferro e legno
di sottane da casa
tirate sui fianchi
di grappoli ceruli
e coccole in pegno
decorate di schizzi viola
baccanti operaie poetesse nel brodo
ebbre dai piedi
coi seni alla gola
legan le lingue in un languido nodo
(Alessandro Carta)
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Ecco alcuni appunti di “economia domestica” ispirati da un manuale dei primi del ‘900 -ritrovato nella biblioteca di un villino signorile appartenuto a tal Donna Ada Ritzo nel corso del suo restauro- utili per affrontare non solo i tempi di crisi ma, altresì importante, per provvedere al fabbisogno vega-alimentare di una famiglia che intenda ritornare a una cibazione naturale, sana e controllata.
Volendo impiantare quindi una domestica coltivazione di ortaggi, è sufficiente ricavare una piccola porzione di terreno da destinare a un orto di piccole dimensioni, strappandolo all’incuria dell’arco tempo-spaziale che ci circonda, osservando religiosamente la seguente premessa, di notevole importanza, al fine di salvaguardare la vita dei soggetti che ruotano stagionalmente attorno all'ortofattore:
Devesi prestare specifica attenzione all’attacco dei cosiddetti “parassiti”; laddove, per p. si intende certuni individui che profittano de’ frutti del proprio lavoro, in particolare delle primizie.
Dopo avere bene dissodato il terreno con una vanga, si procede con l’asporto dei detriti quali: sassi di conglomerati artigianali, residui ceramici industriali (mezzi piattini, manici di tazzina, pomelli), scaglie di scisto, frammenti di tegole, frantumi di vetro di varie specie (vetro antico, vetro opaco, vetro marron birra, trasparente gassosa, verde bottiglia, blu amuchina), boccette di Vitamina H, Betotal, tappi di Soluzione Schoum, ferri del mestiere arrugginiti (filo spinato, chiodi di Albenga, maniglie di frigorifero, bossoli, cacciaviti, graffe, monconi di zappa, sarchiello rotto, sarchiello integro), gambe di bambola, calci di rivoltelle, caricatore 12 colpi, cartucce da caccia esplose, ossa di brontosauro, astucci di cuoio completi di forbicine, pinzetta e limetta per unghie, penna Bic, una Corvina, pettini, carte di caramelle (ambrosoli, eucalipto, moro), nonché numerosi alluminii di cioccolatini, mollette per bucato, cerchi di botte, dinamo, asta per pedale, forcine, biglie cecchino (un’anima azzurra e un’anima verde in punti opposti dell’appezzamento), palline di varie differenti fogge e dimensioni, bocce colorate, spezzoni di tubo da irrigazione, rete di culla, vasetto omogeneizzato ripieno di terra (senza coperchio), regolatori di gas, fascette stringitubo, rubinetti esausti, gusci di tartaruga, bulbi d’aglio e di bietola selvatici, radici di ailanto, pianta infestante, nota come “l’albero del paradiso”: è infernale l'esalazione di tanfo procurantesi e perdurantesi per mezzo della di lei rimozione.
E’ consigliabile, per ottenere una migliore proiezione del terreno, effettuare due rastrellature, di cui la prima a rebbi larghi onde pareggiare il campo grossolanamente al fine di decidere le dimensioni della particola da coltivare, e quali ortaggi saranno destinati a seconda delle peculiarità geometriche dell’appezzamento ottenuto, tenendo in opportuna considerazione il tempo a disposizione da dedicare all’attività contadina e alle proprie capacità e attitudini agricole, nonché relativamente alla stagione che si va incontrando e alle condizioni di alternanza di luce e buio, di ombra e soleggiatura, e disponibilità idriche nei diversi e successivi stadi di coltivazione: frequenti innaffiature durante la semina, diradando non appena la pianta inizia a prendere vigore, in quali orari conviene dare acqua in modo da razionare economicamente le risorse (prevedendo magari una sorta di serbatoio a lento rilascio di umidità nelle zone circostanti o sottostanti all’appezzamento), evitando di dare possibilità al sole di bruciare le piante per rifrazione da goccia o da specchio stagnante.
La migliore pratica di irrigazione è ritenuta quella dell’annaffiare al mattino presto (“e mai troppo” amano ripetutamente consigliare gli esperti); ma su terreni particolarmente aridi e secchi e polverosi, senza avere risorse di terriccio fertile a portata di vanga, è bene utilizzare i residui del taglio erbaceo da frammistare alla terra e alle pigne secche (mi raccomando che abbiano già perso i pinoli, diversamente si corre il rischio di impiantare un bosco di conifere) nella speranza di riuscire a trat-tenere più a lungo l’umidità del suolo. Personalmente consiglio (a chi si trova ad avere a che fare con terreni di risulta sui quali crescono rigogliosi gli alberi puzzoni, prolifici più dei conigli trattati con terapie intensive di cellule staminali attive) di annaffiare anche la sera, ovvero nel tardo pomeriggio -o comunque quando i raggi del sole non sono più in posizione perpendicolare- tanto da permettere al terreno sterile di imbibirsi lungo tutta la durata della notte , grazie agli avanzi di natura che avremo avuto l’accortezza di miscelare (reperita juvant: tagli d’erba e pigne secche). In questo modo, e per tutta la durata del giorno, il sottosuolo (sollecitato dai raggi solari che agiscono in superficie) procede con l’effetto a lungo rilascio dell’umidità e, nel contempo, le radici dei nostri ortaggi operano in senso verticale verso il basso alla ricerca dell’acqua, rafforzando la stabilità della pianticella, mentre le cime e i nuovi germogli si spingono alla ricerca di paradisiache altezze.
Una zappatura superficiale periodica –soprattutto per i terreni duri e aridi, tipici delle zone di alta siccità- è consigliata al fine di rompere lo strato eventuale impermeabile che provoca lo scivolamento dell’acque di irrigazione anziché la penetrazione finnica nel sottosuolo atta al godimento dell’apparato radicale.


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